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Rock dark ma dall’animo delicato: ecco gli A Rainy Day in Bergen

Scritto da Redazione il 19 dicembre 2013 in Musica. Stampa articolo

A-rainy-day-in-bergen-1Ci eravamo sentiti mesi or sono per quest’intervista e gli A Rainy Day in Bergen hanno aspettato il loro turno e i miei lunghi silenzi, senza mandarmi neanche una volta a quel famoso paese. Avrei forse dovuto capire da allora che questi tre ragazzi della Valle dell’Irno, Carlo Barra, Diego Maria Manzo e Pasquale Aliberti, rispettivamente tastierista, batterista e bassista e cantante degli A rainy day in Bergen, sono umili abbastanza da dire quel che pensano senza sgomitare. In un pomeriggio di dicembre Carlo, Diego e Pasquale, seduti ad un tavolino di un bar mi hanno fatto capire  che ci sono ancora artisti che conservano una sorta di umiltà ‘zen’ anche nel proporsi, soprattutto nella musica indipendente dove è “meglio suonare per 100 persone che hanno l’interesse a farlo che per 1000 che sono lì solo perché sei famoso”.

Come nasce il vostro progetto?

“La band nasce nel 2005 come progetto rock, quindi con una line up classica (chitarra, tastiera, basso e batteria), per poi svilupparsi in un progetto che si evolve su una line up senza chitarra e su un sound diverso, con la prevalenza del piano. Abbiamo cambiato nome, da Underscore a A Rainy Day in Bergen, quando, dopo anni di lavoro, abbiamo registrato il primo Lp omonimo nel 2011”.

A-rainy-day-in-bergen-2Da cosa nasce la scelta del nome?

“Il nome nasce dal nostro stile musicale, abbastanza ricercato e un pò dark. Ci è sembrato carino accostare il nostro genere ad una città piovosa e abbiamo pensato a Bergen, una delle città più piovose d’Europa. Siamo anche stati lì, a Bergen, in una redazione giornalistica per un’intervista ed è stato molto bello”.

Quanto il non avere la chitarra è diventato una scelta?

“E’ diventata una scelta nel momento in cui è si è venuta a creare un vuoto. Già la nostra natura compositiva era orientata a non considerare la chitarra lo strumento principale, e quando il nostro chitarrista è andato via abbiamo semplicemente pensato che potesse andar bene così”.

Cos’è cambiato in voi dai primi Ep al primo Lp?

“C’è stato un lavoro incrementale, molti pezzi incisi negli ep sono stati riarrangiati,  gli abbiamo dato una nuova identità come nuova e più matura è la nostra, soprattutto in termini di gusti musicali e di attenzione al suono. Ognuno di noi ha ascolti differenti e questa differenza si ritrova anche nel disco, in molti arrangiamenti ai quali lavoriamo insieme, come anche alla stesura dei pezzi, sempre guidata dalla forte componente pianistica”.

Il vostro primo disco è uscito con un’ etichetta tedesca, la AF Music. Com’è nata la collaborazione?

“Abbiamo registrato il disco e l’abbiamo spedito a lavoro finito. Eravamo in contatto con altre etichette, anche italiane, ma la AF Music ci è sembrata quella giusta. Oltre ad essere un’etichetta molto seria e apprezzata, ci è sembrata adatta perché, per il tipo di musica che proponiamo, essere promossi nel mercato musicale del centro e nord – Europa per noi è molto importante. Il disco, invece, è stato registrato in uno studio di Nocera Inferiore, AM Recording, con Francesco Tedesco che ci ha seguito in tutto e per tutto e col quale, da gennaio, inizieremo a lavorare sul secondo Lp”.

Come vivete la scena indipendente in Campania?

“Dal lato artistico é una bella scena. E’ uno dei posti più floridi per i musicisti, ma il un mercato è precario come in  tutta Italia. Si da spazio agli artisti, ma bisogna capire che si deve emergere qualitativamente per poter avere spazio, perché l’offerta è veramente tanta. E’ una scena che va mutando: i posti dove suonare diventano sempre meno, il numero delle band cresce e il pubblico ha meno curiosità, forse perché adesso c’è più informazione. Ma non possiamo certo lamentarci, non bisogna dare mai la colpa a terzi per i propri insuccessi ma mettersi in discussione, anche perché se sei bravo vale. Bisogna puntare sempre alla qualità”.

Cosa direste ad una persona che non ha mai ascoltato il vostro disco?

“Di avere la pazienza di ascoltarlo più di una volta perché è come se fosse un viaggio, una sorta di concept album. E’ sicuramente un disco dal quale farsi prendere. E ci hanno anche detto che è anche un ottimo sottofondo per i momenti intimi con il proprio partner”.

Articolo di Arianna Grilli

Foto di Fiorella Quarto

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