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Il teatro come compagno di vita Antonella Valitutti si racconta: “Non posso farne a meno”

Scritto da Redazione il 24 gennaio 2014 in Evidenza,Teatro. Stampa articolo

Antonella Valitutti imageSalerno. “Amo il teatro, è il mio compagno di vita”, le parole di Antonella Valitutti, copresidente del L.A.A.V. Officina Teatrale di Salerno viaggiano in un’unica direzione: l’esaltazione di una passione per lei divenuta ormai imprescindibile.

“Portate i vostri figli a teatro fin da piccoli”, è il suo appello perché privare i bambini di questo mondo così bello, di un mondo incantato dove un foglio prende vita? E’proprio questo il suo obiettivo: far conoscere il palcoscenico condividendolo anche con chi non l’ha mai conosciuto.

Che cos’è il teatro per lei?

“Diciamo che il teatro è un compagno. E’come se fosse un padre, un marito, un amico. E’ come se fosse una persona che mi cammina accanto, per me è “signor T”. Non so spiegarlo, non è esibizionismo anzi non lo è mai stato. E’ ricerca, studio, comunicazione. Volontà di trasmettere questo amore, questa passione per i testi, verso chi ci ha preceduto verso i grandi maestri del passato, verso questo amore che ho per quell’odore che si sente in teatro. Trasmettere tutta questa vibrazione al mio interno, questo mio DNA alle nuove generazioni. Come mi ha salvato dalle futilità e mi ha allontanato da messaggi non belli, messaggi che potevano essere ingannevoli, vorrei che acquisissero questo tipo di amore, lontano dalla fiction facile, dalla televisione facile.”

Attrice di tanti spettacoli, attrice di fiction, ma è presente anche all’Officina Teatrale. Metta sull’ago della bilancia questi ruoli

“Sono tornata a Salerno con un peso sul cuore, i miei figli volevano vivere qui. Quindi ho fatto sì che questo si trasformasse in un progetto e ho dato vita con Licia ad un qualcosa che potesse unire le due, quella dell’attorialità con quella della didattica. All’inizio questa scelta l’ho vissuta come un sacrificio, adesso è diventata la mia scelta di vita, perché ho capito con gli anni che essere sempre in giro non mi avrebbe fatto mettere radici e invece le radici sono importanti.”

In laboratorio lavorate con bambini ed adulti, Licia più su un lato teorico e lei più su un aspetto tecnico. Cosa vede in queste “creature” che lei forma appena salgono sul palco e come se le immagina nel futuro?

“Alcune di loro hanno portato avanti un progetto artistico. Altre invece si sono allontanate dal teatro e lo ricordano come un’esperienza. Abbiamo iniziato in uno sgabuzzino piccolissimo a Largo Campo in nove, e proprio lì abbiamo iniziato le nostre prime prove dando vita ai nostri spettacoli. Li ho osservati con le lacrime agli occhi: prima tutta l’agitazione di andare in scena poi, dopo aver fatto lo spettacolo, li ho visti piangere di gioia. Li ho visti denudarsi, mettersi in gioco, crescere, sentire le vibrazioni dietro la colonna vertebrale, vederli vibrare. Prima li vedo entrare con mille blocchi, con dei freni, con delle maschere, poi li ho visti uscire più sicuri di se affrontando il mondo e la realtà.”

Difficile per una mamma allontanare i propri cuccioli ma un vero regista, una vera donna di teatro darebbe proprio questo consiglio: “Devi studiare, devi leggere tanto, vivi l’esperienza con noi e una volta formato, devi provare ad andare fuori”. Non fossilizzarsi in una sola scuola e continuare a vivere di teatro in tutti i sensi e in tutti i lati per conoscerlo in pieno. Questo è il consiglio che Antonella  sente di dare alle proprie “creature”. Il teatro è una continua sfida, una continua missione da prendere ogni volta che la palla torna a volteggiare subito dopo aver toccato la terra, senza mai fermarsi, prendere la palla al balzo e continuare.

Che cos’è per lei il teatro contemporaneo e quando c’è di suo negli spettacoli che porta in scena?

“Non lo amavo fin quando non l’ho incontrato grazie a Licia. E ci siamo chieste: perché non proviamo a portare il teatro contemporaneo a Salerno? Nello stesso momento mentre con lei ho iniziato questo dialogo, a Roma ho conosciuti autori contemporanei come Luca De Bei, Patrizio Cigliano, Fabrizio Romagnoli, Virginia Acqua. Ho ripreso a studiare, ho ripreso la lettura. Avevo lasciato il teatro alla fine del 900’ e ho capito che c’era qualcosa che mi mancava. Ho cominciato a capire che il teatro è legato ad altro. Il teatro non è morto, ci sono degli autori meravigliosi che dobbiamo portare alla luce.”

Essere nel luogo giusto al momento giusto. Quando ha capito che il teatro sarebbe stato il suo mondo, la sua vita?

“Un attimo prima di andare in scena penso ‘Ma chi me l’ha fatto fare?’ poi entro in scena e penso ‘Eh si, è proprio qui che voglio vivere’. C’è forse un evento in particolare che ha confermato questa mia scelta: Roma, ho messo in scena ‘Il Pendolo’, la prima produzione L.A.A.V.”

Tanti anni di esperienza, ma come ogni essere umano si ha sempre un sogno nel cassetto. Il suo?

“Comprare un teatro, gestire un teatro. Renderlo vivo, pieno di giovani e di compagnie. Un teatro aperto a tutti, un teatro aperto al mondo.”

Ben presto vedremo Antonella Valitutti e Licia Amarante, già incontrata dal ‘Corriere di Salerno’ qualche giorno fa, impegnate nella seconda edizione della Rassegna Teatrale Out of Bounds – Drammaturgie fuori confine, rassegna che va da gennaio ad aprile e che ci permetterà di conoscere otto compagnie teatrali provenienti da tutta Italia. Otto registi e ognuno di essi porterà sul palco del Teatro Genovesi di Salerno un dramma di vita contemporanea per farci vivere ore di completa riflessione, ma nello stesso tempo di armonia accomodandoci su di una poltrona rossa avendo come compagnia quella passione chiamata teatro.

Clemente Donadio

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