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Taglio delle Province. Posta la fiducia al Senato, ok con riserva dalla Commissione Bilancio

Scritto da Redazione il 26 marzo 2014 in Evidenza,Politica. Stampa articolo

Governo-Renzi-le-tre-priorita-sul-lavoro_h_partbOggi è una delle prime giornate importanti per il governo di Matteo Renzi. Al Senato la votazione decisiva sul maxiemendamento che sostituisce il ddl Del Rio, approvabile entro le 18.30. Si tratta di una proposta che, tra le altre cose, prevede il taglio delle Province.

Sul disegno di legge Del Rio il ministro per le Riforme costituzionali e Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, ha posto, a nome del Governo, la questione di fiducia. Il testo è stato trasmesso alla Commissione Bilancio, per la valutazione dei profili di copertura, ed è stata convocata la Conferenza dei Capigruppo.

La Commissione bilancio ha dato il suo parere favorevole ma con sette osservazioni legate tutte ai possibili aumenti dei costi per lo Stato qualora il disegno di legge dovesse diventare legge adducendo che si potrebbero decuplicare “costi e funzioni per l’elezione diretta del sindaco e del consiglio delle città metropolitane”. Inoltre “il trasferimento di personale e funzioni delle Province ad altri Enti territoriali potrebbe comportare costi, sia in termini economici che organizzativi, allo stato difficilmente quantificabili” e “potrebbe comportare il rischio di un allineamento ‘verso l’alto’ del trattamento accessorio dei dipendenti coinvolti”.

In più l’esclusione delle Unioni di Comuni fino a mille abitanti dal patto di stabilità interno, potrebbe comportare il “rischio di minori economie di spesa rispetto a quelle già scontate a legislazione vigente”. E “non risultano”, poi, “chiari gli effetti sul patto di stabilità interno” dalle norme sulla fusione tra Comuni con meno di 5mila abitanti. Infine, “non risulta evidente l’idoneità del meccanismo di compensazione” previsto per “garantire la invarianza di spesa” della norma che “prevede l’incremento del numero dei consiglieri e assessori dei Comuni fino a 10mila abitanti”.

Cosa potrebbe cambiare? Il premier Renzi è stato molto chiaro: “Se passa la nostra proposta sulle province 3000 politici smetteranno di ricevere una indennità dagli italiani”. La fine delle province e la nascita delle città metropolitane allargherebbe le competenze dei Comuni e delle Regioni. Gli enti provinciali vengono trasformati in enti di secondo livello e avranno delle competenze minime di pianificazione.

In pratica non si voterà più per l’elezione delle province e quelle attuali resteranno in carica fino al 31 dicembre. A partire dal primo gennaio nasceranno le 10 città metropolitane e gli istituti di rappresentanza politica saranno soltanto due: Comuni e Regioni.

Il provvedimento istituisce un ente di area vasta che sarà governato dai sindaci dei comuni. Il presidente è un sindaco in carica eletto dall’Assemblea dei primi cittadini. Il consiglio provinciale è costituito dai sindaci dei Comuni con più di 15.000 abitanti e dal presidente delle Unioni di Comuni del territorio con più di 10.000 abitanti.

Le 9 città metropolitane che nasceranno a Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria si occuperanno della pianificazione dei servizi pubblici, viabilità, trasporti, sviluppo economico e prenderanno il posto delle rispettive Province. Dal 1 luglio 2014 le città metropolitane subentrano in tutto e per tutto alle Province, sia in caso di approvazione dello statuto, sia in mancanza dello stesso.

Tre gli organi previsti: il sindaco, il consiglio metropolitano, la conferenza metropolitana. Il primo cittadino metropolitano è il sindaco del comune capoluogo che insieme ai primi cittadini di tutti i municipi con più di 15mila abitanti e ai presidenti delle unioni di Comuni con più di 10mila abitanti formerà il consiglio metropolitano, accanto al quale opererà anche una conferenza metropolitana formata dall’insieme dei sindaci.

Caso speciale sarà la Città metropolitana di Roma Capitale che sostituirà sia il Comune che la Provincia di Roma e il suo territorio si estenderebbe sull’attuale territorio di Roma capitale e sui comuni della provincia confinanti con esso. Per le altre Città metropolitane, invece, il territorio coincide con quello della provincia, salva la facoltà di un terzo dei Comuni tra loro confinanti o di un numero di comuni che rappresentino un terzo della popolazione di non aderire.

Per i piccoli comuni cosa cambia? Il provvedimento prevede che i comuni con meno di 5 mila abitanti, fino a 3 mila se montani, si associno per svolgere funzioni fondamentali. Inoltre cambia anche il meccanismo di elezione dei primi cittadini. Per i comuni sotto i 3 mila abitanti il sindaco può restare in carica per tre mandati. Cambierebbe anche l’attuale composizione delle liste con l’attuale formula del 6+1 sostituita dal 10+1 per i paesi fino a 3 mila abitanti e via via a crescere in base al numero di abitanti.

Corsa ai numeri. Dopo che la pregiudiziale del Movimento 5 Stelle è stata sconfitta soltanto per 4 voti, per il governo oggi è corsa ai numeri per ottenere la fiducia. Il ddl Del Rio è un banco di prova. Non dovesse ottenere la fiducia (che cancella tutti gli emendamenti presentati al provvedimento) l’avventura di Renzi alla guida del governa si concluderebbe.

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