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Fecondazione eterologa, la Consulta boccia la legge 40

Scritto da Redazione il 10 aprile 2014 in Attualità. Stampa articolo

fecondazioneLa Corte Costituzionale dichiara illegittima la legge 40 sul divieto della fecondazione eterologa. La normativa, approvata nel 2004 con il governo Berlusconi, proibiva l’utilizzo di  ovuli o spermatozoi di un donatore, nei casi di sterilità di uno dei due partner.  Una situazione che aveva visto costrette molte coppie ad andare all’ estero, per coronare un sogno d’amore come la nascita di un figlio.

Il desiderio di chi vuol farsi una famiglia, trasformato in un investimento fattibile, solo se in grado di sostenere ingentissime spese. Il diritto di un figlio, attuabile a suon di quattrini? Questo aveva spinto nel 2010 tre coppie (di cui una Milano, Catania e Firenze,) impossibilitate a sostenere economicamente le spese, a rivolgersi ai tribunali delle loro città, mettendo in dubbio la legittimazione costituzionale della norma che nel corso degli anni è stata smontata dai tribunali e dalla Corte costituzionale, con ben 20 bocciature .

Oltre la sentenza definitiva della Corte, sono stati abbattuti anche gli articoli corredati al divieto della fecondazione, come il disconoscimento della paternità, ed la sentenza secondo cui il donatore dei gameti non aveva alcuna parentela né diritto sul nascituro.

 Ciò che rimarrà ancora in piedi della norma sarà il divieto per le coppie dello stesso sesso di accedere alla fecondazione in provetta, e l’utilizzo degli embrioni per fini scientifici. E’ invece in attesa dell’approvazione della Corte costituzione, la possibilità per quelle coppie fertili portatrici di particolari patologie genetiche, di accedere alla fecondazione eterologa.

 In merito alla sentenza, che ha valore di legge non impugnabile, si è espresso il ministro della salute Beatrice LorenzinSulla questione –chiosa il ministro- è necessaria una condivisione con il Parlamento, si tratta di questioni che non si possono regolare solo con un atto di tipo amministrativo, ma necessitano una condivisione più ampia, di tipo parlamentare”.

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