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Precari della scuola: l’Ue obbliga l’Italia ad assumere a tempo indeterminato

Scritto da Redazione il 26 novembre 2014 in Attualità,Evidenza,Formazione&Professioni,Lavoro. Stampa articolo

scuola_mediaLa Corte europea dà ragione ai precari della scuola: l’Italia non può continuare a rinnovare contratto a tempo determinato oltre i 36 mesi di servizio, ma deve assumere il personale.

Tutto nasce dalle cause presentate da un gruppo di lavoratori precari assunti negli istituti pubblici che hanno lavorato per periodi superiori ai 45 mesi, ma sempre con contratti a tempo determinato. I lavoratori, sostenendo che il rinnovano di contratti a tempo determinato fosse illegittimo hanno chiesto per via giudiziaria che il loro contratto divenisse a tempo indeterminato (con annessi risarcimenti economici).

I giudici europei hanno dato ragione ai lavoratori: secondo la legge italiana non ci sono motivi che giustifichino il rinnovo di contratto a tempo determinato. Si tratta di un rinvio pregiudiziale, ovvero la Corte non ha risolto la controversia, ma ha indicato una strada, spetta adesso al giudice italiano dare applicazione a quanto emerso in sede europea.

Soddisfatti i sindacati, che, dopo questa sentenza, si stanno mobilitano per sostenere tutti i lavoratori nelle stesse condizioni di quelli che hanno vinto la causa a fare altrettanto.

Non è la prima volta che l’Italia viene redarguita dall’Europa in merito alle politiche per le assunzioni in ambito scolastico, la prima procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia risale al 2010, quando lo Stato italiano finì nel mirino per la mancata stabilizzazione di un supplente Ata. Da allora sono migliaia i supplenti docenti e collaboratori tecnici e amministrativi che inoltrano agli uffici della Commissione denunce, anche circostanziate, sulla violazione della normativa comunitaria.

Il governo sta provando a dare una risposta ai tanti precari prevendendo un piano di assunzione di tutti i docenti inseriti nelle Gae (150mila), ciononostante rimangono esclusi i 100mila docenti che sono abilitati ma non inclusi nelle Gae nonché i circa 20mila ATA chiamati in supplenza annuale che potranno, quindi, ricorrere al giudice del lavoro.

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