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Agropoli. Usura ed estorsione: confiscati beni per oltre 3,5 milioni di euro a noto imprenditore

Scritto da Redazione il 22 ottobre 2013 in Evidenza,Piana del Sele. Stampa articolo

Foto - Operazione SHYLOCKAgropoli. Confiscati beni per un valore di oltre 3,5 milioni di euro ad un imprenditore della zona accusato di usura ed estorsione; la Guardia di Finanza ha messo i sigilli a 25 unità immobiliari, 7 fabbricati e 18 terreni, tutti situati nei comuni di Ascea, Pisciotta, Vallo della Lucania e Castelnuovo Cilento.

Dal 2000 al 2006 l’uomo è risultato nullatenente nonostante nel 2003 avesse acquisito partecipazioni del valore di oltre 500mila euro in due società immobiliari del Cilento. L’imprenditore già noto alle forze dell’ordine è stato colpito dalla nuova ordinanza a seguito delle indagini patrimoniali coordinate dal procuratore Giancarlo Grippo e dal sostituto Valeria Palmieri della procura di Vallo della Lucania.

L’emissione del nuovo provvedimento di confisca  fa seguito a quello già disposto nel  luglio scorso quando le fiamme gialle hanno eseguito una prima misura di prevenzione patrimoniale.

Allora i finanzieri hanno sequestrato partecipazioni di controllo in due società immobiliari e le quote in 11 unità immobiliari, 2 fabbricati e 9 terreni, nel Comune di Pollica.

I legali dell’accusato si difendono invocando la provenienza lecita dei guadagni del proprio assistito.

Secondo gli  avvocati le “sproporzionate” iniezioni di capitali nelle sue società, provengono totalmente da “sovvenzioni” erogate dai suoceri. Difesa questa a dire dei finanzieri totalmente priva di fondamento: “dai bilanci delle due società a responsabilità limitata i medesimi non figuravano né quali soci, né tanto meno quali meri finanziatori”.

In base alle norme vigenti, è possibile la confisca per tutti i beni acquisiti illecitamente da parte di un soggetto “socialmente pericoloso”. I sigilli sono necessari allorquando l’entità del patrimonio acquisito risulti sproporzionato al reddito dichiarato o all’attività economica svolta, ovvero quando sia dimostrato che l’accumulazione di ricchezza sia il frutto di attività illecite o ne costituisca il reimpiego.

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