Il calcio in Italia sta vivendo momenti di crisi profonda, sia sotto l’aspetto tecnico, sia per quanto riguarda le gestione manageriale dell’intero movimento. Dopo la sconfitta ai calci di rigore con la Bosnia subita dalla nostra Nazionale, sono arrivate le dimissioni di Gattuso, Buffon e, finalmente, di Gravina, da più parti considerato uno dei principali responsabili del declino calcistico del Bel Paese.
Il troppo potere in mano ai procuratori, che fanno il bello e il cattivo tempo, l’arrivo di un numero eccessivo di calciatori stranieri, non sempre di prima fascia, che tolgono spazio e opportunità di crescita ai giovani calciatori italiani, i costi esorbitanti della gestione di una società di calcio a fronte di contributi non sufficienti e non distribuiti equamente tra le varie componenti e categorie, l’esclusivo interesse al profitto delle società, la mancanza di iniziative federali di formazione calcistica, sia per i calciatori, sia per gli staff tecnici, la carenza d’incentivi seri e tangibili per i settori giovanili, sono tutti fattori che contribuiscono al declino graduale e inesorabile dell’intero movimento calcistico italiano.
Per non parlare poi della continua mortificazione delle qualità tecniche individuali dei giovani talenti che si affacciano al mondo del calcio e che vengono messe in secondo piano rispetto alle doti atletiche o, ancora peggio, alle “raccomandazioni”. La conseguenza è la evidente mancanza di talenti e l’abbondanza di calciatori mediocri tecnicamente, forti solo atleticamente, che corrono magari anche tanto ma che non sono capaci di fare un dribbling, una giocata geniale, un lancio illuminante e producono un calcio noioso, piatto, condito da un’infinità di passaggi laterali o all’indietro, con movimenti sempre uguali, lenti e prevedibili.

In questa situazione di confusione e scoramento si trova anche la Salernitana, sedotta e abbandonata da Iervolino che, per sua stessa ammissione si è stancato non tanto della tifoseria, che pure lo ha contestato in più circostanze, ma soprattutto si è stancato di Salerno. Un’affermazione, questa, che andrebbe spiegata meglio ai tifosi e all’opinione pubblica locale, per evitare fraintendimenti, magari nel corso di una conferenza stampa che, in questo momento, sarebbe quanto mai opportuna, vista la frenesia con cui si vuole liberare della Salernitana, svendendola o addirittura regalandola al primo acquirente affidabile.
Eppure Iervolino avrebbe potuto rappresentare una ventata di novità in questo obnubilato mondo del calcio italiano. Il suo ingresso “salvifico” al timone della società, il suo entusiasmo iniziale, i primi risultati vincenti con la Salernitana in serie A, le sue idee controcorrente sui procuratori, sulla federazione e più in generale sul modo di intendere e gestire il calcio, avrebbero potuto rappresentare una ventata di ossigeno per i polmoni un po’ atrofizzati dell’intero movimento.
Iervolino avrebbe potuto contribuire a cambiare le cose agendo dall’interno, rimanendo proprietario della Salernitana e rilanciandone il progetto dopo la doppia, inopinata, retrocessione, per poi incidere profondamente anche in federazione, soprattutto ora che c’è tutto da rifondare.

Intanto un’intera Città e un’intera tifoseria, con la squadra che è terza in classifica ed è in piena corsa per i play off e, quindi, per la promozione in cadetteria, si trovano abbandonate a loro stesse, senza un timoniere che ne indichi in maniera decisa la rotta, con trattative di compravendita del pacchetto azionario impantanate, vedi querelle con Rufini e la rinuncia di Lombardi, e con il rischio di sprecare l’occasione di rilanciarsi nel calcio che conta.
Una situazione paradossale che né Iervolino, né la Salernitana meritano. Sarebbe il caso che anche le Istituzioni locali, la tifoseria organizzata e l’intera opinione pubblica intervengano per tentare di risolvere il problema che a Salerno è molto sentito, vista la completa simbiosi tra la squadra e l’intera Comunità.






